di Lucia Balzo
Tratto da “IL CARISMA MATERNO DI S.FRANCESCO”

Solitamente quando si parla dei mistici e di Margherita in particolare, si è portati a sottolineare soprattutto la durezza dei patimenti, delle tribolazioni, delle penitenze, delle persecuzioni, lasciando nel silenzio, quasi fosse sottinteso, tutto un mondo interiore fatto di gioia indefinibile, di palpiti nascosti dell’anima, di fervore trepidante di vita, senza i quali ogni forma di penitenza si ridurrebbe a un masochismo e ad un autolesionismo che poco avrebbero a che fare con lo spirito pasquale che costituisce il centro del mistero cristiano.
Se noi sfogliamo le pagine della Leggenda e le biografie della santa, troviamo molto spazio dedicato alla gioia della gloria e della risurrezione, sia pure viste in stretta connessione con la Quaresima e con la penitenza
delle quali lo spirito della Pasqua si rivela essere il compimento e il senso.
Dice il Signore a Margherita: «Come ti è concesso di fare la Quaresima [il termine concesso indica che si tratta di un dono della misericordia e non di una punizione], così tl sarà riservato di celebrare la Pasqua». E Margherita: «Tu sei il Padre mio, sei il mio resuscitatore, il mio sposo, la mia gioia, il gaudio più grande di tutti i gaudi».
Dice Mauriac: «Nessuno è felice come i santi. — Gioia! Gioia! Pianti di gioia! — Questo grido di Pascal, non c’è chi tra i tormenti di una vita consumata, non l’abbia sentito in ogni istante salire dal cuore alle labbra, in certe ore, anche il cristiano più perverso, più sprovveduto, meno crocifisso, e che in tutta una vita di peccato può solo valersi d’una povera fedeltà, ha conosciuto queste lagrime di gioia.
Margherita, nonostante il suo martirio, non smise mai di dire, quasi di esultare in Dio, suo Signore. — Padre — esclama — mia risurrezione e mia Vita, mio sposo, mia gioia, 0 vita della mia vita —>.
In una delle sue estasi, Cristo le mostrò «un trono di indicibile bellezza, a lei promesso, in mezzo al coro dei Serafini… Durante questa visione quel suo corpo languido e macerato dai digiuni, godeva di tanta giola e di tale forza spirituale da sollevarsi come se volesse correr dietro all’anima; e non avvertendo che qualcuno era presente, prese a gridare: «Signore mio, adesso la mia anima già prova e gusta la gloria del paradiso». Tuttavia questo stato gaudioso non è un punto di partenza, ma un punto di arrivo dell’esperienza mistica della santa. Esso è il risultato di innumerevoli battaglie combattute contro l’Angelo delle tenebre. Dice l’Angelo di Dio a Margherita: «Figlia mia, il tuo nemico non ti pare che abbia ricevuto un gran colpo?
Ecco, — soggiunse — io metto nella tua mano una bandiera, sulla quale vi sono due croci, una bianca e una rossa, che significano l’acqua e Il sangue del costato di Nostro Signore, e con questo tu ti difenderai e vincerai tutte le battaglie contro il tuo nemico». Potremmo dire che la penitenza è proprio questo continuo combattimento per coinvolgere il proprio corpo in modo che provi anch’esso la gioia di servire il Signore in una rinnovata docilità pari a quella con Cui, in passato, si era assoggettato allo spirito della carne: «O corpo mio perché non m’aiuti a servire il tuo Creatore e Redentore?
perché non sei sollecito ad obbedirlo dopo esserlo stato nel trasgredire i comandi?».
Tutta la vita di Margherita si rinnova perché, a differenza di prima, ella pone Cristo al centro della sua vita e sta in perenne contemplazione di Colui che è stato crocifisso per i peccati degli uomini (contemplazione significa delimitare un arco di tempo, come le stagioni o osservare uno spazio Circoscritto, come facevano gli auguri quando guardavano in cielo il volo degli uccelli per interpellare il volere degli dei).
Il Crocifisso che Margherita contempla per tutto il periodo della sua vita trascorso a Cortona, è l’immagine vivente delle ferite provocate in Lui, che è sommamente buono, dai nostri peccati; per questo le lacrime di Margherita sono così frequenti, come testimonia fra Giunta nella sua Leggenda.
Nel Medio Evo la situazione non doveva essere migliore che al tempo di Gesù, come suggerisce l’immagine, riportata nella Leggenda, del corpo smisurato di Cristo grande quanto il mondo e tutto piagato, al punto che nemmeno con la punta di un ago si sarebbe potuta toccare una parte di esso senza provocare un indicibile dolore”.
Questo vivere dinanzi al Cristo, a noi risulta difficile da intendere al di fuori di un linguaggio figurato. Invece per Margherita, come per il Francesco del presepe, del Bambinello, del Crocifisso, questa era una realtà
imprescindibile e palpabile quotidianamente, anzi potremmo dire gustabile nell’Eucaristia che la santa assumeva ogni giorno.
Dai dolci colloqui d’amore di Margherita col suo Signore, possiamo cogliere la simbolicità della santa rispetto al Cristo, in quanto la sua Vita, ogni suo pensiero erano un continuo
rimando a Lui da cui proviene ogni bene.
A volte Cristo la richiamava perché non era sempre perfetta in questo: « Mi ami tu? — e prima ancora che essa rispondesse, la Voce aggiungeva: — Io dico di no, perché tu non tieni la mente fissa in Me, per timore e preoccupazione di altre cose; perciò io ti comando di riferire a me tutte le cose buone che ho operato in te… . E Margherita rispondeva: «Abbi pietà di me, Signore, se per la soavità e la tanta dolcezza che provo, parlo con Te con tanta confidenza. Spero che questo sia un segno vero della tua amicizia e non frutto della mia presunzione! Ma poiché tu sai, Signore, che cosa sono io per me, mi affido alle braccia della tua misericordia come una morta che non ha più sensibilità per fare qualcosa. Io ti dico questo, Signore mio, perché senza di Te non posso vivere».
E verso la fine della Leggenda, quando l’itinerario spirituale di Margherita è arrivato al suo culmine, il Signore la chiama «figlia e sposa», e le dice: «Non c’è cuore al mondo che sappia perfettamente meditare o credere quanto tu sei grandi in me»,
Dunque la grandezza di Margherita è la grandezza della presenza di Cristo in lei, a tal punto che essi diventano un’unica Vita: «Io vivo in te e tu in me» le dice il Signore. Ella opera cose meravigliose, perché è il Signore che le mostra la via per ben operare, purché sia ben accolto da lei.
«Tale io mi do a te, quale ti trovo» le dice Cristo il quale mostra di voler scendere al livello degli uomini a scopo pedagogico, cioè per poter meglio comunicare con loro: «Gli avari mi rendono avaro, i cattivi mi fanno cattivo, non perché io sia avaro o cattivo, ma perché essi meritano di sperimentare in se stessi tale effetto», dice il Signore nella Leggenda.
La parola «meritano» non vuole intendere che si possa meritare l’amore, nemmeno Margherita merita l’amore di Cristo, che è puro dono di infinita misericordia, ma si riferisce a una pedagogia di Cristo che si fonda sul lasciar fare esperienza del vuoto esistenziale per far nascere in noi l’esigenza dell’amore vero, in assenza del quale c’è solo l’illusione dell’amore: «… ogni pensiero che non sia rivolto al Signore eterno nostro Dio, anche in un’anima posta in sublime stato di grazia, si può dire illusione»,
A noi l’esperienza mistica di Margherita può sembrare molto lontana, ma in realtà essa ci incoraggia a seguire l’esempio di colei che è madre e specchio dei peccatori, cosicché noi chiediamo nelle nostre preghiere a Dio non tanto favori e cose, quanto di vivere in Lui e di operare con Lui, in una parola gli chiediamo l’amore: «Nostro Signore aspetta con attenzione che il cuore domandi l’amore; e l’amore lo induce a operare rapidamente nell’anima quelle cose che, in coloro che amano tepidamente, vengono compiute con lunghi intervalli di tempo».
È consolante questo passo della Leggenda perché dice che nonostante la tepidezza degli uomini nell’amare, l’Amore di Cristo agisce comunque, anche se in tempi
più lunghi e, prima o poi, vincerà e conquisterà il cuore di tutti, come ha conquistato quello di Margherita: «Amami perché io ti amo… ti ho vinta e ho conquistato il tuo cuore, al punto che tu consentiresti di venir bruciata in un grandissimo fuoco, anziché rinnegarmi ed offendermi».
A tal punto Margherita è stata conquistata da Cristo che la sua stessa missione sulla terra diventa quella di fare ardere i cuori d’amore: «… ho dato a te un calore capace di incendiare coloro che sono freddi, all’amore e alla fervorosa sequela mia».
Ella impara da Cristo, suo sposo, il linguaggio dell’amore. Come Egli si è donato a lei, così lei vuole donargli tutta se stessa. Le dice il Signore: «Tu dici con gran sofferenza che il tuo cuore si è raffreddato nell’amore verso di me, il tuo Dio; questo sembra a te perché il tuo corpo infermo non può più compiere le solite opere virtuose, né fare le continue preghiere e lodi di una volta. Ma se ti sembra quasi morto, in verità ti dico che in me è sempre vivo e fervido. Non ti pare che sia fervido quando tu mi dai tutto?»!6. Cristo non vuole molto da lei, ma vuole tutto di lei; vuole che ogni suo pensiero ed azione siano orientati a Lui e da Lui traggano senso ed orientamento.
Ciò non significa che ella si debba privare della propria umanità, ma che la assuma in se stessa in modo nuovo, facendo costante riferimento alla santa umanità di Cristo che si può toccare, vedere e gustare nell’Eucaristia dalla quale quotidianamente Margherita traeva il fervore per poter santamente operare.
È proprio dei mistici come Margherita vivere la propria vita, direi quasi consumarla, nel desiderio costante dell’ Amato.
Questa parola «desiderio» è una parola chiave nell’universo semantico del linguaggio margaritiano e allude ad un modo di essere a cui oggi ci si sente sempre più estranei, poiché si è smarrita ogni forma di desiderio,
ogni capacità di attendere, di ascoltare, preferendo il possesso alla tensione verso una meta, il dominio all’accettazione dell’incompiuto che è, invece, tanto più carico di prospettiva di crescita. Si vive nell’insensatezza di significati senza relazione tra di loro, privi di senso che solo una visione unitaria e armonica della vita può garantire.
Il desiderio invece pone in un orizzonte, in una dimensione di senso che supera 1 significati ed offre la possibilità di progettare la propria vita in vista di un fine, evitando
quella condizione esistenziale di nausea, di noia tipica di chi si sente invaso dal presente, senza riuscire più a guardare verso il futuro.
Leopardi, pur nella sua visione materialistica, vede nel desiderio una tensione verso l’infinito che riempie la vita; mentre la soddisfazione di esso (che egli chiama «piacere») non è altro che «una somma inferiorità al desiderio e oltraggio alla speranza».
Anche Margherita vorrebbe vedere pienamente e definitivamente realizzato il suo desiderio di saziarsi del Signore, ma Cristo, per il suo bene, non glielo consente: «La piena sicurezza che tu desideri non l’avrai in questa vita… Tu sei diventata molto presuntuosa, Margherita, perché desideri di possedere già la mia gloria durante la misera vita di questo mondo… Perciò preparati alla tribolazione perché la patria non si può possedere mentre si è in via».
In definitiva questa è la tentazione di S. Pietro che, avendo assistito eccezionalmente alla Trasfigurazione di Gesù sul monte Tabor, voleva erigere tre tende, «ma non sapeva quello che diceva, pieno com’era di indicibile dolcezza». Perciò il Signore non glielo concesse.
Pietro (come Margherita) avrebbe voluto fissare quegli attimi di gioia, di estasi, di privilegiata intimità col Signore; in altre parole avrebbe voluto stabilmente possedere la salvezza, mentre lo aspettavano la tribolazione, la passione, la testimonianza nel mondo, prima di raggiungere la pienezza di vita in comunione con Colui che si accingeva a tradire.
Il desiderio è il terzo grado (cioè l’ultimo dopo il dolore e la compassione verso se stessa) dell’amore vissuto da Margherita, come attesta la Leggenda: «Il terzo grado di amore è Il desiderio che accende l’anima come un fuoco. L’anima che si stabilisce in questo grado non cessa di cercare da ogni parte in ogni cosa come incontrare il suo diletto Sposo Nostro Signore Gesù Cristo», «Signore, mio unico amore, per te 10 sono fatta; desidero vedere te che oggi mi hai riempito di tanta gioia, che non riesco né a tacere né a parlare»; ma il Signore, come aveva fatto con Pietro, la vuole mandare nel mondo a testimoniare il suo amore, ed ella replica in tono di supplica: «Signore se torno nel deserto, sarà per una sofferenza durissima», ma poi il Signore le ricorda che ella sarebbe dovuta essere allattata alla ferita del suo costato, cosicché Margherita aggiunge; «Signore con giola allora mi invito e spontaneamente mi offro a ogni genere di sofferenza per amor tuo. Tu sai che non cerco se non Te, mia dolcezza indefettibile. Senza di Te mi sembra essere tra la pene dell’Inferno», Il desiderio di Margherita si nutre e cresce nella sofferenza e nel continuo timore che le derivano dal non ricevere sempre il conforto degli amabili colloqui col Signore che alternativamente ora si occulta ora riappare, ora la rimprovera ora la loda, lasciandola sempre in una condizione esistenziale di attesa nell’incertezza.
È dunque evidente che solo il senso della propria indegnità e il timore, la vergogna dei peccati, possono permettere a Cristo di entrare nell’animo umano, suscitando una dolcezza infinita: «Signore mio, com’è meraviglioso questo timore misto a così soave dolcezza!
Com’è inesprimibile questa dolcezza accompagnata da tanto severo timore!», È con questa gioiosa attesa che Margherita, come Francesco, affronta la morte, ultimo atto della vita, che porrà fine alle difficili battaglie e tribolazioni. La morte della santa è descritta come un’ora «piena di felicità e di gioia, prossima al sorgere del sole, in cui essa sarebbe passata gioiosamente a Cristo accompagnata da un festoso corteo di anime date a lei e liberate dalle pene del Purgatorio»?.
Viene in mente il finale del racconto di Tolstoj «La morte di Ivan Il’ic» in cui il protagonista, un attimo prima di morire, si convertì e «cercò la sua solita paura della morte
e non la trovò. Dov’è? Quale morte? Non c’era la paura, perché non c’era neanche la morte. Al posto della morte, la luce. — Allora è così! — disse all’improvviso ad alta voce. — Che felicità! —»